Presentazioni/Recensioni

 

“My Generation” (2018) 

Mi è venuto in mente un racconto di Raymond Carver, intitolato “Why Don’t You Dance?”. Nella profonda, bianca, mediocre provincia americana, un uomo mette in vendita buona parte dei suoi oggetti e dei suoi mobili, disponendoli, così come erano dentro casa, sul vialetto di fronte al garage. Una giovane coppia, interessata alla merce, si ferma per provare la mercanzia e negoziare l’acquisto. Carver si chiede cosa succeda a un oggetto, pregno della nostra storia, quando lo si toglie dal suo contesto originario per destinarlo a nuova vita. Lo scrittore americano celebra la complessità delle piccole vite, delle piccole cose, rifiutandosi però di invocarne un’aura poetica, spirituale. Il buon letto che l’uomo di Carver ha messo in vendita è solo e semplicemente un letto, nonostante sia carico della memoria affettiva del suo proprietario.

Carver, discepolo letterario di Edward Hopper, è un riferimento importante nei lavori di Guido Pigni, artista che in occasione di questa mostra presso Gate 44 presenta una serie di incisioni recenti, realizzate con l’acquaforte e con altre diverse tecniche calcografiche. La serie “My Generation”, prodotta tra il 2017 e il 2018, è composta da numerose stampe che raffigurano cassette musicali magnetiche raccolte da Pigni tra gli anni ‘80 e i primi ’90, rappresentate nel dettaglio, segno a segno, in un lungo percorso di concentrazione. L’estenuante lavoro manuale portato avanti dall’artista non ha come obiettivo la mera esibizione di virtuosismo, ma è piuttosto vincolato alla necessità di sottoporre sé stesso a uno sforzo fisico e mentale che richiede grande disciplina e rigore. La relazione intima tra l’artista le sue lastre e le conseguenti stampe, coltivata nelle lunghe giornate di lavoro sui tavoli di incisione, si condensa così nei minuti e precisi segni che compongono le immagini. Le opere presenti in “My Generation” completano una riflessione intorno alla rappresentazione della memoria molto presente nella traiettoria di Pigni, affrontati anche nella pittura e nel disegno, ma che trovano il loro apice nei lavori in incisione. Nella serie “Import/Export” (2012-2016), l’artista rappresenta paesaggi urbani abbandonati o deserti, carichi del peso della memoria, in cui densi strati di tempo e significato si sovrappongono. Già in lavori come “Tate Relies on Your Support” (2017) e “Two Liquitex” (2016) Pigni si concentra su soggetti – uno scontrino della Tate Gallery di Londra e due tubetti di tinta acrilica riprodotti con minuzia di dettagli – che lo portano a indagare su una scala minore, più intima.

La serie “My Generation” porta a una svolta più radicale, che si manifesta nella scelta di rappresentare più e più volte praticamente lo stesso oggetto. Nonostante ciascuna immagine sia in sé un oggetto autonomo (ciascuna cassetta contiene brani e artisti differenti), si ha la sensazione, guardando nell’insieme la serie, di essere di fronte alla stessa immagine ripetuta e studiata più e più volte, in modo quasi ossessivo. Contemplandola serie nel suo susseguirsi di forme costanti e famigliari, è necessario entrare in relazione con ciascun lavoro per trovarne i tratti unici, che lo distinguono da tutti gli altri. Questo sforzo di attenzione e di discriminazione che porta a ricercare l’individualità nel collettivo, stimola chi osserva a una riflessione sull’esistenza e sull’identità: come per le cassette, nel riconoscere le caratteristiche uniche che ci contraddistinguono dentro la massa omogenizzante della collettività accettiamo conseguentemente il diritto all’individualità e all’unicità degli altri.
(Giovanni Pirelli- Presentazione in catalogo alla mostra “My Generation” Gate 44 Milano 10-25 maggio 2018)

 

Indagare il mistero del rapporto tra realtà e immagine (2016)

E’ in corso fino al 9 aprile, alla galleria Arte Su Carte di Modena una mostra di particolare fascino: Import-Export di Guido Pigni. L’artista espone incisioni, realizzate nell’attiguo Laboratorio d’Arte Grafica, disegni a matite colorate, sculture, nei quali si fondono acuto, talvolta spietato sguardo sul reale, scoperta della poesia che si cela nei più umili oggetti, ironia. Dopo una lunga esperienza di illustratore, in cui dispiegava una sorta di fiabesca fantasia, Pigni ha cominciato, qualche anno fa, a realizzare acqueforti che non fossero più legate all’immaginazione al sogno, ma alla verità di un’immagine tratta dalla fotografia – una pratica, quella fotografica, che Pigni aveva sempre considerato collaterale e del tutto non comunicante con il disegno e l’incisione. Scriveva l’artista nel 2013, presentando le sue prime acqueforti derivate da uno scatto fotografico: “negli anni di Photoshop e di Instagram, di pesante e accettata (e per alcuni indispensabile) manipolazione digitale delle fotografie, ho considerato più interessante e più “contemporaneo” elaborare le immagini di partenza manualmente trasferendole a un medium come l’acquaforte che, lento riflessivo e ostico può essere considerato l’opposto della fotografia digitale”. In verità, davanti alle incisioni in mostra non si può che restare meravigliati e ammirati di fronte alla perizia di Pigni, al meticoloso, paziente, lungo lavoro di scavo nella lastra e alla padronanza delle tecniche calcografiche (acquaforte, acquatinta, puntasecca, acido diretto steso a pennello) da lui esibita, anche grazie all’intervento e alla collaborazione dello stampatore. I soggetti di queste acqueforti sono luoghi e edifici abbandonati, talvolta ormai scomparsi dopo lo smantellamento, la demolizione – come lo scorcio di Berlino che recava graffiti e un intervento dello street artist Blu -, e dunque salvati dall’oblio, affascinanti oggetti del quotidiano, disegnati dall’artista anche nelle opere realizzate con le matite colorate, che evocano ciò che Domenico Gnoli faceva diventare icone del mistero.
(Sandro Parmiggiani, La Stampa 19 marzo 2016)

 

Memorie di edifici dismessi (2016)
Ad Arte su carte incisioni, disegni e sculture di Guido Pigni

Nasce da una vivissima curiosità per gli oggetti, le cose semplici, i luoghi e gli edifici dismessi l’opera che Guido Pigni presenta alla galleria Arte su Carte, in via Fratelli Rosselli 21. Fanno bella mostra disegni (matite e penne colorate), qualche scultura in legno e soprattutto incisioni (acquaforte, acquatinta, puntasecca) che hanno preso vita, negli ultimi mesi, nel Laboratorio di Arte Grafica di Roberto Gatti, in via Verona. Una collaborazione “antica”, risalente ai primi anni ’90, mantenuta viva anche attraverso mostre, come quella del 2010 e l’attuale aperta fino al 5 aprile. Resta sempre rigoroso e vigile il lavoro progettuale e conoscitivo della realtà che, con un’analisi ravvicinata, o tramite immagini fotografiche, si connota di una accentuata resa di particolari, indicando in modo ammirevole il campo in cui l’artista milanese verifica la sua indagine. Un metodo di analisi e di tranquilla meditazione, riscontrabile già nei disegni, che eleva le cose persino banali (pacchetto di sigarette Camel, gettone telofonico, audiocassette, tubetto di colore, chiavi….) ad oggetti di memoria che ritornano, in alcuni casi, anche nelle incisioni per le quali Pigni ha utilizzato lastre di ferro provenienti da scarto industriale, lastre di zinco non perfette e retri di lastre già impiegate. È come trovare corrispondenza con le costruzioni di degrado o di solitudine (stazioni di servizio abbandonate; “Adda Carni” ditta di commercio di macellai a Milano; edifici demoliti per far posto a nuova edilizia residenziale; cinema di archittetura razionalista a Domodossola e Cinema Puccini a Roma; muro di una casa nel centro storico di Napoli…) che vengono definiti nella visione di intimità, di sentimenti di appartenenza, per sostenere quel sistema di relazioni, di sguardi, di esperienze umane che tanta gente ha tessuto nel tempo. Una condizione di quiete assoluta che determina uno stato di disagio, forse di impotenza di fronte a queste testimonianze di desolazione che, rivisitate fino all’ultimo segreto, sanno raccontare storie. Quattordici incisioni, formato polaroid, costituiscono un singolare libro d’artista, concepito come work in progress. In mostra anche tre sculture in legno: “Il camorrista” (in betulla), “Pinguino che legge un Penguin” e “Donna alla finestra” (in cirmolo), dove l’ironia ritaglia personaggi esilaranti e grotteschi, sedotti anche dal potere.
(Michele Fuoco, Gazzetta di Modena 18 Marzo 2016)

 

Su “Import-Export” Incisioni e disegni- Galleria Arte su Carte, Modena 5 Marzo-9 Aprile 2016 

C’è questa storia, alcuni la conosceranno, della volpe e del riccio. «La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande» dice il verso di Archiloco. In seguito questo spunto è stato ripreso per, diciamo così, individuare -tra le persone in generale e tra gli artisti in particolare- due grandi famiglie spirituali: le volpi da una parte, formate da coloro che perseguono molti fini allo stesso tempo, magari a volte in maniera incoerente e contradditoria, e dall’altra i ricci, che si richiamano a una visione centrale, a un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e fanno. Mi capita di pensare a questo o a quell’artista cercando di collocarli ora tra le volpi ora tra i ricci, quindi tra chi si avventura attraverso generi tecniche e stili diversi e sembra essere sempre alla ricerca di qualcosa e chi invece sembra da sempre sapere ciò che vuole e come farlo bene. Se il lavoro dei ricci, così sicuro e determinato verso una meta ben chiara, verso un obiettivo che viene continuamente indagato, approfondito, affinato, comporta rischi quali il riproporre il proprio talento all’infinito in modo alla fine stantio e ripetitivo, l’essere volpe -dico subito che indubbiamente mi colloco tra queste- comporta il rischio di essere inconcludenti, di girare intorno alle cose senza, forse solo apparentemente, trovare mai il bandolo della matassa.
Quindi a partire da questa autoassegnatami inclinazione spirituale, la premessa alla base di questa mostra è la seguente: ero stanco di fare le cose che più o meno avevo sempre fatto, ero altresì curioso di provare ad accostarmi a temi e soggetti che avevo in precedenza solo sfiorato ma che “non c’entravano nulla con le cose che abitualmente facevo”. Eppure, mi sono detto, non è un diritto dell’artista quello di provare a fare tutto quello che lo solletica, lo incuriosisce e lo affascina per vedere se ne viene fuori qualcosa? Ci sono, per quanto mi riguarda, cose che rimangono sotto la cenere per anni aspettando che il fuoco venga ravvivato. Per me, che per background personale sono incline a seguire una struttura narrativa dove il disegno è sempre “invenzione” (di forme, situazioni, personaggi), era forse venuto il momento di recuperare cose che da tempo volevo recuperare. Non solo soggetti e tematiche ma un modus operandi diverso a partire dal guardarsi intorno, dagli oggetti e dagli ambienti del quotidiano, tra le pareti domestiche, per strada ma anche dall’immaginario (quindi recuperabili da internet) o dalle fotografie scattate in questi anni.
Per esempio, appunto, il rapporto con la fotografia, spesso difficile e contraddittorio per un pittore o disegnatore. Per me fare fotografie significava un piacere personale, qualcosa di completamente slegato da un utilizzo per scopi successivi. Un po’ perché in parte condividevo il pregiudizio diffuso –gli artisti non devono “copiare” le fotografie- un po’ perché cercavo altro attraverso il disegno e la pittura e la pratica fotografica mi era sempre interessata come qualcosa a sé stante.
Qualche anno fa però, forse un po’ inaspettatamente ma proprio “per fare qualcosa di diverso”, ho fatto la prima acquaforte tratta da una fotografia (un distributore di benzina abbandonato, scattata in Sardegna poco tempo prima). Presentando “Stazione Esso dismessa” alla Biennale di Incisione di Acqui del 2013 scrivevo: “Negli anni di Photoshop e di Instagram, di pesante e accettata (e per alcuni indispensabile) manipolazione digitale delle fotografie, ho considerato più interessante e più “contemporaneo” elaborare le immagini di partenza manualmente trasferendole a un medium come l’acquaforte che, lento riflessivo e ostico, può essere considerato l’opposto della fotografia digitale”.
Questa prima acquaforte e la successiva “Adda Carni” hanno posto le basi per le incisioni realizzate negli ultimi mesi del 2015 e in questi primi del 2016. Invitato da Roberto Gatti a lavorare insieme in prospettiva di una mostra nella sua galleria, ho voluto cogliere l’occasione per continuare quanto iniziato con questi due primi lavori. Ho così cominciato a recuperare dal mio archivio fotografico immagini di luoghi ed edifici dismessi, fotografie per qualche motivo non risolte ma che mi sembravano un ottimo punto di partenza. Ho rivisitato luoghi già incontrati (per esempio il Garage Dante, nel pieno centro di Milano chiuso da decenni e inspiegabilmente risparmiato- per ora- dalla speculazione edilizia) e ne ho scoperti altri, più o meno casualmente. Come a creare un collegamento metaforico tra i soggetti e le matrici dei lavori, ho fin dall’inizio voluto impiegare delle lastre di ferro provenienti da scarto industriale e lastre di zinco in non perfette condizioni, retri di lastre già utilizzate e quindi più o meno intaccate dai bagni di acido precedenti. E per lo stesso motivo ho voluto stratificare gli interventi con diverse tecniche calcografiche sulla stessa matrice (acquaforte acquatinta, puntasecca, acido diretto dato a pennello ecc). Dicevo sopra di questa cosa che ultimamente la “realtà”, il guardarmi intorno, mi dà più stimoli delle invenzioni che possono scaturire dalla mente. Dopotutto, condivido il detto, “life is stranger than fiction”. Spesso e volentieri le cose più orribili e turpi, la stupidità e la vigliaccheria che ci circondano -soprattutto di questi tempi- ma anche le cose più sublimi e poetiche, vivono tutti i giorni sotto i nostri occhi e non c’è bisogno di inventarle, basta saperle vedere. Quindi anche gli oggetti nella loro ordinarietà possono essere belli da guardare e belli da disegnare e sono d’accordo con chi diceva più o meno che “qualcosa non la vedi veramente finchè non l’hai disegnata”. Da queste premesse ho realizzato una serie di disegni, che partono dall’osservazione degli oggetti (e delle fotografie degli oggetti), studi a matite o penne colorate alcuni dei quali sono confluiti in incisioni, mentre altri sono bastati a se stessi, per ora. Anche qui la mia predilezione va a ciò che è ormai obsoleto o fuori commercio (tipo il Kodachrome), cose che in qualche modo raccontano una storia, che contengono una memoria che poi in molti casi è quella di ognuno di noi se si appartiene ad una certa generazione. Ingrandimenti o dettagli (pensando alla lezione di Gnoli) ce li fanno vedere come non li conoscevamo, come non avevamo mai fatto caso fossero intimamente.
(G.P. Febbraio 2016)

 

PIGPOETICA (2010)

C’è un’immagine di Guido Pigni che non scordo. Un soldato dell’ONU fuma la sua Marlboro mentre intorno trionfa la guerra: esplosioni giocattolo, rovine balcaniche, ferite, Ray-Ban alla penultima moda. Sotto un cielo giallo, in uno stile apparentemente semplice, apparentemente comico, c’è tutta la commedia umana di una tragedia indicibile. Poi ci sono uomini e donne che guardano da finestre di palazzoni metropolitani, paesini siciliani, deserti marocchini, cactus, scooters guidati da bande di ragazzini, asini a dondolo. In un interno serale, “Mangiatori di patatine” sono la satira perfetta della famiglia italiana contemporanea, mentre un attonito personaggio di X-Files fissa la scena dal televisore acceso.
PIGPOETICA dicevo. Un pensare che si riveli attraverso il disegno, dove la tecnica, quale che sia, non diventi un fine ma rimanga il mezzo per trasmettere un’idea. Ne abbiamo parlato spesso, durante lunghe cene in terrazza sopra la Chinatown milanese, citando l’opera di Steinberg, Gnoli, Hockney, Hopper, Shahn, riferimenti costanti per entrambi, interrotti solamente dal volo fastidioso delle zanzare. Con la stessa attitudine “Pig” affronta l’incisione, senza indulgere nel virtuosismo, ma con l’urgenza del raccontare. Sembra però che in questo mondo in bianco e nero, a differenza dei colori vivaci delle tavole ad olio, acrilico o pastelli a matita, ci sia un po’ meno spazio per il sarcasmo verso il contemporaneo e la critica sociale, e un po’ di più per narrazioni, sogni e passaggi di stagione. Così i bulli dei luna-park vengono sostituiti da giocolieri in bilico, boschi dimenticati, silenziose passeggiate sulla neve, dove anche la PIGPOETICA può perdersi nella conversazione con un animale o all’inseguimento di un cappello spazzato via dalla bora.
(Luigi Raffaelli – presentazione della mostra “La solitudine della giraffa e altri racconti”, Galleria Arte Su carte, Modena, Novembre 2010)

 

Guido Pigni “Alberi Dipinti”, Franco Matticchio “Matticchio a  a zig zag”
Galleria dell’Incisione, Brescia, Gennaio-Marzo 2008
Presentazione di Goffredo Fofi

Un albero-tromba dipinto da Guido Pigni mette in relazione tra loro le due parti di questa mostra e segna l’incontro tra due disegnatori, uno dei quali (Pigni) si fa volentieri pittore mentre l’altro (Matticchio) si trincera nella sua vocazione originaria e definita del disegno. Matticchio, si direbbe, apparentemente più svagato, sa quel che vuole da sempre, mentre Pigni non smette di cercare e di cercarsi, per insoddisfazione e ambizione. La loro diversità è evidente, ma è anche evidente il comune terreno fantastico, la loro propensione alla “deformazione” visionaria della realtà (ammesso che la realtà sia una e chiara) secondo modi a-retorici e a-ideologici sottili e gentili, mai ricattatori.

Matticchio e Pigni (in ordine di alfabeto e in ordine di età…) hanno in comune il disinteresse per la cronaca ma non per la narrazione; semplicemente non credono che il mondo sia quello che siamo abituati a vedere e, ahinoi, a “sentire” con i nostri poveri sensi offuscati dall’invasione delle merci “a sensazione” – quelle materiali come le immateriali – e, anche se al mondo devono piegarsi, lo sognano diverso almeno nello spazio privilegiato e per loro e per noi indispensabile dell’immaginario . Oppure lo scrutano con lo sguardo incantato del bambino che sono stati e scettico dell’adulto che sono stati obbligati a diventare. Ma cerchiamo di addentrarci nella foresta di segni – alberi per Pigni, cose e minerali animali persone “alla rovescia” di Matticchio.

Pigni è un contemplativo che scopre gli alberi, guarda gli alberi, si muove tra gli alberi, e venera gli alberi perfino con piccoli sacrifici inconsueti – il quadro di un albero attaccato a un albero, come un ex-voto primitivo. Alberi amici, protettivi, accoglienti, la cui natura e sensibilità non riusciamo a comprendere, che è altra dalla nostra, ma che tuttavia riusciamo a intuire, e a volte rispettare. In mezzo alla fredda geometria delle case, sulle terrazze tra i tetti, pure possiamo farceli amici e vicini, perché essi ci chiedono generosamente pochissimo e ci danno tantissimo. Alberi, potremmo dire, “civili” nonostante la nostra inciviltà. Certo, non chiediamo più loro quel che chiedevano il “Barone rampante” e prima ancora Tarzan e la famiglia dei film Mgm, ma di lassù, in mezzo alle fronde, si può perfino fantasticamente pescare – senza far male a nessun pesce – e soddisfare il nostro bisogno di solitudine, o di altra compagnia e comunicazione. Alberi amici: alberi vicini e lontani, alberi che vedono che ascoltano, che fanno ombra e che nascondono, nel silenzio degli inverni e nella luce delle estati; natura certamente addomesticata, ma certamente natura. Il bisogno di dipingere e non solo illustrare, ma a partire dalla ricca esperienza dell’illustrazione, fissa gli alberi di Pigni in una dimensione distaccata ma ancora nonostante tutto raggiungibile, e quasi sempre, se non serena, almeno pacificatrice, fraterna…

Qualche albero è pur spuntato nei disegni di Matticchio, soprattutto in passato, ma poco reale e poco ideale: una figura tra tante, anzi una cosa tra le tante e tantissime che affollano i suoi disegni come in un hellzapoppin di bizzarrie e stravaganze un poco demenziali, in cui le dimensioni della realtà sono mutevoli e mutate. Alberi contenitori e alberi di fiaba, ma non diversamente da altre figure, che sono in Matticchio sempre perfettamente e nitidamente riconoscibili e però decontestualizzate ed estraniate per virtù di accostamenti impropri e incongrui. Nulla è al suo posto e nulla serve a quello a cui serve abitualmente, ora sullo sfondo di un paesaggio molto essenziale ma anche concreto e ora in uno dei quei vertiginosi “tutto-pieno” di cui Matticchio condivide il segreto con Jacovitti, con Fellini, con l’Altan delle storie a fumetto. (E il legame con la scuola antica del “Marc’Aurelio” passa anche attraverso gli umoristi-scrittori del “ridi poco”, dolcemente o ferocemente assurdi.) L’albero di questa nuova selezione di stranezze e di questi sconvolgimenti, ribaltamenti e trasferimenti di significati serve qui ai personaggi di Matticchio per scriverci sopra, secondo una costante di queste sue opere, che hanno spesso al centro la scrittura e la lettura: fino allo squisito quadretto casalingo del padrone che guarda la tv e del cane che legge…. Abolite le regole dello spazio-tempo, la realtà di Matticchio può contemplare di tutto. E il contrario di tutto. Per sbalordirci e più ancora per sbalordirsi, perché sembra proprio che il primo destinatario delle invenzioni di Matticchio sia Matticchio stesso, nel suo viaggio tra le mille realtà parallele che la fantasia può esplorare. Non vi è nulla di certo, nel mondo di Matticchio, ma nulla vi è di minaccioso e di sconsolante, se anche gli incubi non mettono più paura di quelli delle fiabe: il “lieto fine”, come nelle fiabe, non è sempre d’obbligo, e più che la paura ci si vuol comunicare – se qualcosa si vuol, comunicare – una sottile, non angosciante inquietudine, l’incertezza che viene quando ci si accorge che le cose non sono come sembrano, che il bianco non è mai precisamente bianco, che non dobbiamo ciecamente fidarci di ciò che i nostri occhi e le altrui parole vorrebbero certificarci. L’albero della realtà ha troppi rami perché si riesca a visitarli elencarli comprenderli, e a definirli tutti.
(Goffredo Fofi, gennaio 2008)

 

Nelle carte di Guido Pigni il gusto dell’assurdo lieve (2001)

Guido Pigni, illustratore grafico e pittore, presenta alla Galleria dell’Incisione una serie di disegni inediti, mostrando sia schizzi sia pastelli rifiniti, e acrilici. Si direbbe che coltivi un doppio filone : un filone di osservazione e satira di costume, dove non mancano accenti fieri, ma che in genere “ci piglia” con la delicatezza di un moralista che non si prende troppo sul serio, che cerca segni e colori sempre più “semplici e casti”, così che le sue metafore volteggino rigorose e incantate ad ammorbidire il cuore duro degli uomini; e un altro filone invece di buffoneria tenera e surreale. Dalla pittura di Valori Plastici al Pop, alla figurazione che raccoglie e ribalta stilemi di cinema, fumetto e pubblicità, le filigrane sono colte, ma regge il tutto una vaghezza di sogno metafisico, indulgente, che coltiva il gusto dell’assurdo lieve, della follia visionaria leggera e rarefatta, suscitata da un’ironia gentile e sorniona. Basta un sussurro per alitare dentro le coscienze, e infatti Pigni è autore nient’affatto evasivo, che coglie il “nonsenso” e l’irresponsabilità dei nostri attuali stili di vita, tra metropoli e turismo.
(Fausto Lorenzi, Giornale di Brescia 1 maggio 2001)